Le origini dell’uroboro
Il suo nome viene dal greco: oura, la coda, e boros, che divora. L’uroboro è quindi «colui che si mangia la coda». Una delle sue più antiche rappresentazioni conosciute si trova in Egitto, su una cappella dorata della tomba di Tutankhamon, nel XIV secolo a.C.: qui il serpente incarna la protezione eterna. Compare più tardi sul papiro della Dama Heroub, verso il 1000 a.C. Si dice anche che simboleggiasse il ciclo delle piene del Nilo, essenziale per la vita dell’Egitto.
Molte civiltà condividono questo simbolo, dalla Grecia all’India, dalla Scandinavia alla Cina. Sapevi che compare perfino nel celebre dipinto della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789? Lì circonda il triangolo come segno di eternità.
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Che cosa significa l’uroboro?
I suoi significati sono diversi, ma si somigliano: tutti sono legati all’idea di rinnovamento e di ciclo.
Il ciclo
Ciò che vive, ciò che muore, ciò che rinasce: le cose cambiano eternamente, e il futuro si nutre del presente.
L’equilibrio
Come lo yin e lo yang, due forze opposte che convivono in armonia.
La fecondità
Un’energia vitale che si nutre di se stessa, l’unione di maschile e femminile, la continuità della vita.
L’alchimia
L’«Uno è il Tutto», l’unità del mondo: la trasformazione che porta alla pietra filosofale.
Mordendosi la coda, il serpente si ferisce, ma è anche il suo modo di sopravvivere: la vita si nutre della morte per creare un ciclo infinito. Per gli alchimisti evoca insieme la stabilità, con il cerchio, e la trasformazione, con il ciclo: è la trascendenza e l’immanenza, colui che crea se stesso.
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